A pochi passi dal cielo - Trekking nella Khumbu Valley, Nepal

February 25, 2014  •  Leave a Comment

 

View from Gokio-Ri peak (5357 m) - Khumbu Valley (also known as the Everest Region)View from Gokio-Ri peak (5357 m) - Khumbu Valley (also known as the Everest Region)From left: Gyachung Kang (7952 m), Nirekha Peak (6169 m), Kangchung West (6089 m), Everest (8848 m), Nuptse (7855 m), Lothse (8516 m), Makalu (8463 m), Cholatse (6440 m) and Taboche (6542 m).

 

Il Nepal è un sottile lembo di terra schiacciato tra l’India e il Tibet. Passerebbe del tutto inosservato, se non fosse per una particolarità che lo rende un irresistibile terreno di gioco (e fonte di guai) per tutti gli alpinisti del mondo: quella di racchiudere all’interno dei suoi confini ben otto delle quattordici montagne che superano i fatidici ottomila metri.

Il massiccio del Dhaulagiri, quello dell'Annapurna e quello del Manaslu sono interamente in territorio nepalese, mentre quello dell'Everest, del Lhotse, del Makalu e del Cho Oyu sono condivisi con il Tibet cinese, sorgendo lungo il confine settentrionale. Il Kanchenjunga infine è situato al confine fra il Nepal e lo stato indiano del Sikkim.

Il territorio nepalese va dalla pianura del Gange alla catena montuosa dell'Himalaya e offre una varietà di paesaggi che spaziano dalle pianure tropicali alle nevi perenni dei ghiacciai e delle cime himalayane.

Circa sessanta milioni di anni fa le possenti spinte tettoniche, causate dalla collisione tra la zolla indiana e la zolla euroasiatica, innalzarono i fondali di un antico mare che si elevarono fino a raggiungere e superare gli ottomila metri, dando origine alla catena dell’Himalaya.

Questo fenomeno è chiaramente visibile ancora oggi osservando questi giganti, montagne relativamente giovani, dalle forme aguzze e slanciate che presentano fasce di sedimenti multicolore dall’andamento sinuoso.

Un viaggio in Nepal è il sogno di molti alpinisti o semplici appassionati di montagna e avventura: come potevo io alla soglia dei cinquant’anni sottrarmi a questo irresistibile richiamo? Non avendo più l’età né la capacità per scalare questi giganti, mi sono accontentato di camminare “a pochi passi dal cielo”.

La via per raggiungere le valli nepalesi passa obbligatoriamente per la capitale del Nepal,

Kathmandu, dove fanno scalo i voli internazionali. Come ogni capitale asiatica che si rispetti anche a Kathmandu non mancano inquinamento e traffico. Le strade sono congestionate da ogni genere di mezzo a trazione animale o meccanica, tutti rigorosamente dotati di clacson incessantemente attivi.

Appena giunti nella capitale prendiamo possesso delle nostre camere in un modesto alberghetto di Thamel, il quartiere ove risiedono tutte le agenzie di trekking della città, i locali più alla moda (dove si suona musica rock degli anni 80-90 fino a tarda notte) e i negozi di attrezzature sportive che vendono ogni genere di attrezzatura e abbigliamento alpinistico, tutti rigorosamente contraffatti.

Il trekking che abbiamo deciso di compiere ci porterà nella valle del Khumbu, che percorreremo fino a raggiungere il campo base dell’Everest e i laghi di Gokio, una meta classica ma con alcune significative varianti, come il superamento del Cho La pass.

Il primo scoglio da superare è il raggiungimento del piccolo villaggio di Lukla (2800 metri), da dove partono tutti i trekking. Lukla è collegato a Kathmandu da regolari (più o meno…) voli aerei. Questo aereoporto è considerato uno dei più pericolosi al mondo; la pista è inclinata di 12 gradi ed ha una lunghezza di 250 metri: corta e sporca come la scala di un pollaio! Molto spesso è avvolta dalle nebbie oppure battuta da venti che soffiano incessanti raffiche contro i piccoli Dornier e Twin Otter canadesi, i soli velivoli abilitati all’atterraggio su questa cortissima pista che inizia sui bordi di un baratro vertiginoso e termina dal lato opposto contro la montagna.

Per ben tre giorni tentiamo di partire per Lukla, ma la nebbia che l’avvolge impedisce voli regolari. Impieghiamo queste giornate per girovagare nei centri storici della valle di Kathmandu. La città presenta un nucleo storico risalente al XVII secolo (tarda epoca Malla), che si sviluppa intorno alla celeberrima Durbar Square, ricca di templi induisti. Vi sono anche numerosi luoghi sacri buddhisti come quello celebre di Swayambhunat (noto anche come il Tempio delle Scimmie), posto su una collina ad ovest della città, e quello di Bodnath nella periferia orientale, a cui fa capo una consistente comunità tibetana sfuggita alle persecuzioni cinesi.

Imperdibile una visita a Patan, la più antica e bella tra le città reali nella valle di Kathmandu, che sorge sull'altra sponda del fiume Bagmati di fronte alla capitale nepalese. L'area di Durbar Square è una delle sette zone monumentali di questa valle incluse nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Ma la vera perla tra le città imperiali nepalesi si trova oltre la periferia orientale della capitale: l’antica città newari di Bhaktapur. Fondata nel XII secolo da re Ananda Deva Malla, divenne capitale del regno Malla.

Fu costruita a forma di triangolo ai cui estremi sorgevano tre templi dedicati al dio Ganesh, protettore della città.

A partire dal secolo XVI Bhaktapur dominò politicamente ed economicamente il Nepal e fu un importante centro di transito carovaniero sulla rotta tra India e Tibet. Oggi è un sito archeologico patrimonio Unesco, tra i più visitati del Nepal.

 Il centro storico di Bhaktapur è stato in parte restaurato alla fine del XX secolo grazie a un finanziamento tedesco.

 

Pottery SquarePottery SquareBhaktapur is an ancient Newar town in the east corner of the Kathmandu Valley in Nepal.
Pottery Square (piazza dei vasai) a Bhaktapur

Finalmente una finestra di bel tempo ci consente di decollare verso le sospirate montagne e liberarci così i polmoni dalla pestilenziale aria di Kathmandu. Il volo è spettacolare, sorvoliamo a bassa quota le ampie colline e i villaggi della zona subtropicale, ricchi di terrazzamenti pazientemente coltivati. All’orizzonte si staglia la possente catena Himalayana verso la quale si dirige il piccolo velivolo sul quale siamo stipati in una ventina. Tra sobbalzi, scossoni, vuoti d’aria, conati di vomito e lo strepitio assordante dei motori, riesco anche a scattare qualche foto. La graziosa assistente di volo, in abito tradizionale, ci ha gentilmente offerto alla partenza una caramella e dei batuffoli di cotone: la prima per limitare il dolore ai timpani causato dalla quota, il secondo per proteggerli dal frastuono del bielica.

Se Dio vuole (è proprio il caso di dirlo, visto che dieci giorni prima un velivolo simile si era schiantato all’atterraggio causando la morte di tutti e ventidue gli occupanti), atterriamo sulla pista di Lukla sani e salvi. Appena sceso dalla scaletta, mi viene istintivo inginocchiarmi a baciare il suolo come il Santo Padre!

 

I nostri Sherpa sono già in attesa all’uscita dello scalcinato aeroporto. Questi fenomenali personaggi meritano un doveroso cenno nella narrazione. Senza di loro tutte le spedizioni commerciali e i trekking in queste valli, ben difficilmente avrebbero lo stesso successo. Sono la spina dorsale di questa fragile economia basata sul turismo e le spedizioni alpinistiche. Sulle loro spalle vengono trasportati quasi tutti i carichi che da Lukla devono raggiungere i vari Lodge e campi base sparsi nella valle, lungo erti sentieri esposti al freddo e alla quota. Ogni Sherpa porta fino a quaranta kg di materiale per mezzo di un bastino in legno trattenuto solo da una cinghia in stoffa che passa sulla loro fronte. Sono generalmente mal vestiti e calzano ciabatte in gomma o, i più fortunati, lacere scarpe dono di qualche turista. Siate generosi con loro, il loro guadagno giornaliero è di una decina di dollari, a fronte di una fatica che la maggior parte di noi non sarebbe in grado di reggere che per pochi minuti.

Partiamo alla volta di Phakding, un paio di ore di cammino per lo più in discesa, fino a raggiungere il fondo della valle del Dudh Kosi dove sorge il piccolo villaggio. L’indomani ci attende una tappa lunga con un buon dislivello, per raggiungere la mitica Namche Bazar, che sorge a 3480 metri, la capitale degli Sherpa. E’ il più grande insediamento del Khumbu, sede di parecchie attività commerciali e di un pittoresco mercato tibetano e qui potete trovare anche un internet point. Ci fermeremo un giorno per favorire l’acclimatamento, gironzolando nei dintorni del villaggio fino a Syangboche dove, a circa quattromila metri, sorge un piccolo hotel con vista sull’Everest.

Consiglio a chi voglia intraprendere questo viaggio per scattare fotografie il periodo che va da ottobre a novembre: da fine settembre infatti il monsone invernale spira dall'arido altopiano del Tibet verso l'oceano, dando origine ad un cielo terso e ad un clima secco, anche se piuttosto freddo la notte. Questo clima propizio ci accompagnerà per tutti i dodici giorni del trekking, consentendoci una vista privilegiata sui panorami offerti da questa valle incantevole.

Il giorno successivo partiamo di buon mattino alla volta di Tengboche. In Nepal nessun sentiero è mai pianeggiante, l’estrema variabilità del territorio continuamente solcato da valli piccole e grandi costringe a continui saliscendi che, a oltre quattromila metri, sottopongono il fisico a notevole stress. Tengboche è sede di un magnifico monastero buddista che sorge ai piedi di una tra le più belle montagne del mondo: l’Ama Dablam ,”Madre con la Collana”, ovvero il grande ghiacciaio pensile (Dablam) situato poco sotto la vetta. Con la sua silouhette elegantissima e isolata, l' Ama Dablam e' chiamato anche "Il Cervino Himalayano" per la sua straordinaria somiglianza con la più rappresentativa montagna delle Alpi.

Ama Dablam (6812 m), Khumbu Valley.Ama Dablam (6812 m), Khumbu Valley.Ama Dablam means "Mother's necklace"; the long ridges on each side like the arms of a mother (ama) protecting her child, and the hanging glacier thought of as the dablam, the traditional double-pendant containing pictures of the gods, worn by Sherpa women.
L'Ama Dablam nella calda luce del tramonto

Siamo al tramonto, la luce infuoca la possente parete del Nuptse e dell’Everest che chiudono la valle a Nord. La vista è talmente incredibile che non mi sembra vera…

Il quinto giorno di trekking percorriamo la lunga valle dell’Imja Khola diretti a Dingboche. Il programma prevedeva qui una sosta di un giorno per la salita facoltativa ad una vetta di 5546 metri, il Chukung-ri. Purtroppo i giorni persi per il maltempo ci costringono a tagliare questa parte del programma e a dirigerci invece direttamente verso il ghiacciaio del Khumbu. Passiamo sopra Pheriche e raggiungiamo la morena del ghiacciaio a Thukla dove sorge un memoriale con una serie di piccoli chorten che ricordano gli sherpa travolti da una valanga. All’ombra del maestoso Pumorì visitiamo i monumenti funebri tra i quali quelli di Babu Shiri Sherpa e dell'alpinista americano Scott Fischer, morto durante la tragedia dell'Everest del 1996 narrata nel libro di J.Krakauer "Aria sottile".

Pernottiamo in un gelido e piuttosto fetido lodge a Lobuche, allietati però dalla vista della parete sud del Nuptse. Siamo a quasi 5000 metri e gli effetti della quota, la fatica, l’aria fredda e rarefatta cominciano a devastare i nostri delicati fisici urbani: tosse, mal di gola e di testa, diarrea, vomito, inappetenza e insonnia sono i sintomi più frequenti. Il gruppo è malconcio e il tempo tiranno, così decidiamo di tagliare ulteriormente il percorso: escludendo il campo base dell’Everest deviamo per la Piramide, la costruzione eretta dal CNR a 5050 metri. Questo laboratorio-osservatorio è il simbolo italiano universalmente riconosciuto del Comitato Ev-K2-CNR, e costituisce una risorsa unica per la ricerca scientifica in alta quota. Siamo a sole due ore dal CB dell’Everest ma non abbiamo il tempo per raggiungerlo, un vero peccato! Torniamo sui nostri passi, diretti a Dzonglha dove dormiamo nel più malridotto lodge di tutto il Khumbu. Stretti intorno all’immancabile stufa in cui arde sterco di yak, facciamo la conta dei nostri malanni sorseggiando il chai, il tipico the nepalese. Per cena una zuppa d’aglio e un po’ di riso bollito, cui fa seguito una partita a carte con gli sherpa prima di infilarci nei sacchi piuma. La mattina alle cinque partiamo per la tappa più estrema del trekking: il valico del Cho La Pass. Posto a 5430 metri ci consentirà di raggiungere la valle di Gokio, accorciando di due giorni il tragitto previsto. La salita si rivela ostica per via dell’attraversamento del ghiacciaio che è abbastanza scoperto. Siamo senza ramponi, ma ci consoliamo quando siamo superati da uno Sherpa con 40 kg di carico sulle spalle e Superga ai piedi, rigorosamente senza lacci…

Valicato il passo attraversiamo l’incredibile morena del ghiacciaio Ngozumpa, l’apparato glaciale più vasto del Khumbu Himal che ha origine dai versanti sud delle catene Himalayane del Cho Oyu e del Gyachung Khang. Interamente coperto da detriti presenta numerosi laghi sui quali galleggiano lastre di ghiaccio, il suo attraversamento è complicato e non privo di rischi. Arriviamo a Gokio che fa buio, distrutti dopo dieci ore di marcia estenuante.

Gokio è un posto da non perdere, sorge a 4800 metri ai piedi del versante sud del Cho Oyu, un ottomila dall’aspetto imponente. Il piccolo villaggio si specchia nel Dudh Pokhari, il più grande di tre laghi dal colore verde smeraldo e deve la sua importanza al fatto che da qui si può agevolmente risalire il versante meridionale del Gokio-ri, o Gokyo Peak (5357m), splendido balcone dal quale si possono ammirare ben quattro ottomila: Il Cho Oyu, l'Everest, il Lhotse e il Makalu.

 

Da sinistra a destra, dall’alto in basso:

Gyachung Kang (7952 m), Everest (8848 m), Cholatse (5440 m) e Taboche (6542 m) ,

Cho Oyu (8201 m), Ama Dablam (6856 m), Nuptse (7861 m),

Makalu. (8462 m), Lingtren (6749 m), Pumori (7165 m)

L’indomani decido di salire al Gokio Peak di pomeriggio, le montagne che voglio fotografare si trovano tutte a est rispetto alla vetta e voglio avere il sole alle spalle. La scelta si rivela azzeccata, mentre gli altri membri del gruppo scendono, io salgo. Giunto in cima, dopo circa seicento metri di dislivello superati percorrendo un comodo sentiero, la vista che si gode a 360° è davvero incomparabile. Ai miei piedi si estende la serpeggiante lingua morenica del Ngozumpa Glacier, sul quale brillano piccoli laghi che si aprono nella spessa coltre glaciale. I tre laghi di Gokio, con le loro acque verde smeraldo, occhieggiano tra le montagne scure che li circondano. A nord la muraglia della “Dea Turchese “ (il Cho Oyu con i suoi 8201 metri) e del Gyachung Khang (un quasi ottomila) occupano l’orizzonte.

Lo sguardo cade poi inevitabilmente sulla più alta montagna del mondo: l’Everest “Chomolangma” ("Madre dell'universo" in lingua tibetana) o “Sagarmatha” (in Nepalese "Dio del cielo"). Il nome oggi usato fu introdotto nel 1865 dall'inglese Andrew Waugh, governatore generale dell'India, in onore di Sir George Everest responsabile dei geografi britannici in India.

Accanto all’Everest si eleva la possente mole del Lhotse e, più in lontananza, il Makalu la quinta vetta più alta della Terra con i suoi 8.462 m: la sua piramide perfetta si staglia solitaria con le quattro creste taglienti ed è considerata fra le più difficili da scalare a causa della completa esposizione delle sue pareti ai venti. La prima salita invernale è stata realizzata quest’anno dal mio concittadino Simone Moro insieme al kazako Denis Urubko.

A ovest infine si apre il grande ed immenso altopiano tibetano, la cui vista è qui negata dalla presenza di altre cime minori ma non per questo meno imponenti, dato che tutte superano abbondantemente i seimila metri.

Dopo quasi tre ore di permanenza in vetta mi posso ritenere soddisfatto, ho finalmente realizzato uno dei miei sogni: fotografare l’Everest!

La sera festeggiamo la buona riuscita del trekking con abbondanti porzioni di yak steak bagnate da una specie di birra locale (sempre meglio del solito the…). Mancano solo due giorni alla fine del trekking, non ci resta che scendere lungo la valle di Gokio, raggiungere Namche Bazar e quindi Lukla, dove ci aspetta un emozionante decollo dalla pista più pericolosa al mondo. Quest’ultimo si rivelerà più emozionante del previsto a causa di un guasto a uno dei due motori del piccolo Dornier. Al momento del decollo un’abbondante perdita di olio si manifesta con evidenti chiazze sulla pista. Il pilota fa scendere tutti e chiama un addetto che, sistemato un secchio di plastica sotto il motore, recupera il prezioso fluido. Dopo circa quattro ore di attesa, servendosi di una scala di legno e una bottiglia in plastica utilizzata come imbuto, il medesimo individuo (un... meccanico?) rimette l’olio recuperato dal secchio nel motore. Il pilota ci fa cenno di salire e noi, con il terrore negli occhi, risaliamo a bordo. Ricordo di aver passato i quaranta minuti del viaggio di rientro con l’occhio incollato al motore, aspettandomi di vederlo andare a fuoco da un momento all’altro.

Kathmandu ci accoglie con il suo mefitico abbraccio: che differenza con la cristallina aria degli ottomila metri! Non riesco a comprendere come si possa vivere in un degrado ambientale simile, spero che il futuro per queste persone vada verso la consapevolezza del male che stanno arrecando a se stessi e all’ambiente. Un primo passo lo stanno facendo: i tuk tuk, i pittoreschi taxi a tre ruote, ora sono elettrici, una goccia nel mare rappresentato da milioni di scarichi dei diesel pesanti, ma almeno è un inizio.

Ci restano ancora un paio di giorni che passiamo girovagando per i quartieri di Kathmandu e facendo acquisti nei negozi di Thamel. Cerchiamo anche di recuperare il peso e le energie consumate durante il trekking, sostando nei pittoreschi ristoranti nepalesi.

Lasciamo questa valle senza tempo dove stupa buddisti, templi induisti e pagode in stile newari convivono pacificamente. Decolliamo da Kathmandu sorvolando la catena dell’Himalaya, lo sguardo accarezza un ultima volta le cime innevate dei giganti himalayani e il ricordo va, non senza un briciolo di nostalgia, all’aria sottile che abbiamo respirato “a pochi passi dal cielo” e al sorriso spensierato del popolo sherpa. Namaste Nepal!


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