Ladakh, il mio Shangri La

March 25, 2014  •  Leave a Comment

Markha VillageMarkha Village

Esiste davvero il mitico Shangri La, un luogo fantastico descritto nel romanzo “Orizzonte perduto” di James Hilton? Nelle pagine del libro si narra di un angolo di terra meraviglioso, racchiuso tra le montagne dell'Himalaya dove il tempo si è fermato, cristallizzato in una bolla di pace e tranquillità. Forse questo luogo esiste per davvero, nascosto nell’immaginario di ognuno di noi. Dobbiamo semplicemente trovarlo e proiettarlo all’esterno. Ho cercato a lungo il mio Shangri La senza successo, poi nel 2007 durante un viaggio in una remota regione dell’India Settentrionale, il Ladakh, ho scoperto che la mia ricerca poteva dirsi terminata.
Meglio conosciuto come “la terra degli alti valichi”, il Ladakh è situato all’estremità occidentale della regione di  Jammu & Kashmir. Si colloca entro i confini dell’altipiano tibetano, sia dal punto di vista geografico e orografico (è incastonato fra quattro grandi catene montuose: Great Himalaya, Zanskar, Ladakh e Karakorum), sia dal quello etnico e culturale.
La capitale Leh è una tranquilla cittadina che sorge su di un vasto altipiano a 3500 metri. Da qualche anno a questa parte, complice un relativo benessere introdotto dal turismo, si sta rapidamente evolvendo perdendo, purtroppo, le sue connotazioni di tranquillo borgo rurale.
Tuttavia le sue valli hanno mantenuto, grazie all’isolamento, una natura selvaggia e incontaminata e sono popolate per lo più da pastori nomadi che vivono in piccole comunità.

Old manOld man

I ladakhi che non abitano a Leh conducono ancora oggi una vita pacifica, scandita dai ritmi delle stagioni, del sole e
della luna. Vivono nelle piccole oasi verdeggianti che hanno creato con millenaria pazienza nelle severe e nude vallate del paese. Questi rudi montanari hanno maturato nel corso dei secoli un forte adattamento al territorio, grazie a una sapiente gestione delle scarse risorse naturali. Per sopravvivere coltivano orzo e altri cereali in terrazzamenti ricavati dai fianchi delle montagne che sono irrigati da un sistema di canali che, con arditi percorsi, portano l’acqua dai ghiacciai alle oasi ad oltre 4000 metri di quota.
Queste comunità hanno il loro baricentro culturale nella filosofia buddista; in ogni villaggio sorge un monastero, posto in posizione sopraelevata  e di notevole effetto scenografico.
I primi giorni del mio soggiorno in Ladakh sono dedicati a completare l’acclimatamento necessario per scongiurare gli effetti dell’alta quota. Ne approfitto per visitare la stupenda Nubra Valley raggiunta attraverso il Khardung La, un passo carrozzabile a 5600 metri di quota. La strada, spesso interrotta da frane, s’inerpica ardita lungo i fianchi brulli di montagne dall’aspetto lunare. Per raggiungere questa striscia di territorio altamente militarizzato, che separa l’India dalla Cina e dal Pakistan, è necessario avere uno speciale permesso (Inner line permit).                                                                                                
Lo spettacolo che si presenta una volta valicato il passo è notevole. Sembra di essere su di un altro pianeta: brulle montagne di terra color ocra sovrastano vallate profondamente incise dai corsi d’acqua che, nel corso delle ere geologiche,  hanno scavato grandi canyon. Piccole verdi oasi, punteggiate dal giallo della colza, risaltano in un contrasto di colori reso ancor più spettacolare dall’aria tersa.
Attraversiamo minuscoli villaggi dove, a ogni sosta, siamo circondati da curiosi e timidi bambini con il volto sudicio e screpolato sul quale brillano, come gemme, cisposi occhi a mandorla il cui colore nero sembra perdersi nelle profondità del tempo.
Dopo un viaggio durato sei ore arriviamo  nell’ampia vallata solcata dal fiume Shyok, un affluente dell'Indo che nasce dal ghiacciaio Siachen nel cuore del Karakorum-Himalaya.
La Nubra Valley è un posto unico al mondo dove è possibile ammirare la splendida bellezza del deserto, con cammelli e dune di sabbia e, sullo sfondo, immensi picchi nevosi appartenenti alla  catena del Karakorum. Un vero paradiso incontaminato che, grazie all’isolamento determinato dalla storia e dalle stagioni, è pressoché inalterato da
molti secoli.
Dopo quattro giorni di acclimatamento parto, zaino in spalla, per il trekking della Markha Valley, al seguito di una piccola carovana di cavalli che portano tutto il necessario per sopravvivere in una regione selvaggia e arida. Attraverso deserti di alta quota e valichi posti ad oltre 5000 metri, raggiungerò il campo base del Kang Yatse,  una montagna di 6150 metri, che tenterò di salire insieme ai miei compagni di avventura.

Markha ValleyMarkha Valley

La prima parte del trekking si svolge lungo il corso dell’Indo, con partenza da Spitok a pochi chilometri da Leh. Il caldo, nonostante la quota, è soffocante e la finissima polvere ocra sollevata dal passaggio della carovana s’infila ovunque. I panorami e gli spazi sono però grandiosi. Bivacchiamo in piccole oasi gestite da pastori dove è sempre presente una Tea Stall, un rudimentale ristoro costituito da una struttura circolare in pietra sovrastata da un candido telo ricavato da un vecchio paracadute militare. Da qui il nome “Parachute Tea Stall”, con il quale sono comunemente indicate.
Nei giorni seguenti attraversiamo la valle di Rumbak e valichiamo il passo Ganda La a 4900 metri. Siamo nel regno del mitico Snow Leopard, il leopardo delle nevi himalaiano! Una ripida discesa attraverso valli profondamente incise dai corsi d’acqua ci porta rapidamente nella Markha Valley, che incrociamo a Skiu. I panorami che si presentano ai miei occhi sono maestosi, le alte cime delle montagne hanno colori quasi irreali: predominano il rosso e il viola, con estese venature di un verde smeraldo che fanno da contraltare a cieli blu cobalto.
Percorriamo la Markha Valley seguendo le anse create dal corso limaccioso del Markha River che dovremo più volte guadare. Incontriamo innumerevoli Chorten, monumenti funebri formati da una base quadrata, una cupola emisferica e una torre a cono. Alcuni sono molto antichi e decrepiti e conservano le ceneri dei defunti. Insieme ai Muri Mani e ai Gompa testimoniano la presenza costante della filosofia Buddista in questa terra.
Scoscese pareti di arenaria multicolore, ed alti picchi di roccia viola e smeraldo incombono sulla valle. Ogni tanto dobbiamo abbandonare il sentiero franato per portarci più in alto, dove mani volenterose hanno scavato una nuova via di passaggio. Lo scenario è straordinario anche se il caldo e la polvere mettono a dura prova il piacere di tanta vista.

Questa è sicuramente la parte migliore del trekking, anche dal punto di vista fotografico.
Lungo il cammino incontro diversi nomadi, di solito donne, la presenza maschile è molto scarsa.

Markha VillageMarkha Village

Improvvisamente, aggirata l'ennesima ansa sabbiosa del fiume, appare in fondo alla valle la sagoma scura del Kang Yatse con il suo cappuccio innevato. Ancora un giorno di marcia ci separa dal campo base, situato sulle pendici settentrionali di questo picco Himalayano.
Sono giornate intense e affascinanti, sono ben acclimatato e la marcia attraverso questa valle glaciale racchiusa tra ripide pareti di roccia è ora più agevole. Su di me aleggia però l'incognita della salita alla vetta. Dopo una faticosa giornata di marcia giungiamo al campo base a 5050 metri. Montiamo il campo in riva al fiume che sgorga dal ghiacciaio. Una famiglia di marmotte, che baruffano tra di loro per nulla intimorite dalla mia presenza, allieta le ore trascorse in attesa di partire per la cima. Dopo un breve e agitato riposo esco dalla piccola tenda. E’ l’una di notte e il profilo della montagna si staglia contro il cielo scuro, debolmente illuminato da una pallida luna. Ci incamminiamo lungo la morena del ghiacciaio. Il cono di luce della frontale illumina le rocce instabili velate di ghiaccio. Ci guida Kharma Sherpa, un corpulento nepalese che impone al piccolo gruppo di quattro alpinisti un ritmo infernale. Ogni venti passi mi arresto curvo sulla piccozza per riprendere un po’ di fiato, il cuore a mille. Le nuvole avvolgono la montagna e il chiarore livido dell’alba fatica a squarciare la cortina di vapori.  Improvvisamente, alla fine della lunga spalla nevosa compare la cresta finale. Un alito di vento solleva la nebbia e riesco a scorgere la vetta. Mancano cento metri… Devo scavare dentro la mia volontà in cerca delle residue energie per superare questa breve cresta nevosa.
Mentre noi fatichiamo persino a parlare, il buon Karma Sherpa fischietta e snocciola le sue preghiere buddiste, quasi fosse comodamente sdraiato in riva ad un fiume! Nonostante la fatica, nel cuore comincia a farsi largo una felicità indescrivibile! Pochi passi mi separano dalle rocce sommitali, riesco a scorgere tra le nebbie lo sventolio delle bandierine di preghiera. Alle 7,45 del 2 agosto 2007 abbraccio i miei compagni di salita sulla cima Nord del Kang Yatse a 6150 metri di quota!
Una lacrima di commozione ci riga le guance ed è difficile descrivere la gioia provata in quel momento. Quasi avesse compreso quell’emozione che era in noi, il Dio delle cime ci invia un refolo di vento a squarciare le nebbie. Il panorama ci lascia senza parole: un susseguirsi di cime minori e valli punteggiate dal verde delle oasi si distende ai nostri piedi. A nord la catena del Karakorum spunta dal mare di nebbia. Il buon Kharma Sherpa estrae dallo zaino una scatola di plastica e, al grido di “pocket lunch sir”, ci offre uova sode e patate bollite!! Scoppiamo a ridere e decliniamo cortesemente l’offerta, abbiamo tutti la bocca impastata e la gola riarsa dalla sete, la sola idea di ingollare una patata lessa mi provoca qualche conato di vomito. La discesa avviene senza problemi, sulle ali dell’entusiasmo e della consapevolezza di aver realizzato un sogno.

Markha VillageMarkha Village

L’indomani ci attende un’altra faticaccia. Dobbiamo superare il Kongmaru La l’ultimo valico a 5200 metri prima della discesa finale.  Partiamo di buon mattino, voltando le spalle a malincuore alla “nostra” montagna. Una fitta nebbia l’avvolge, quasi volesse chiudere un sipario sull’avventura ormai conclusa. Ci abbassiamo nella piana di Nimaling, a 4800 metri per poi inerpicarci lungo le serpentine che portano al passo. In cima un altro sorprendente scenario si apre sotto di noi: a nord la ripida vallata si chiude a imbuto in gole profonde, si scorge in lontananza la piana dove sorge Leh e sullo sfondo le alte vette del Karakorum; alle nostre spalle la sagoma del Kang Yatse e la verde piana di Nimaling. Una gioia per gli occhi e per il cuore, attimi indimenticabili che rappresentano la vera ricchezza di questo viaggio.
Proprio al termine del trekking, mi rendo conto che questo potrebbe essere il mio Shangri La. Penso alla mia quotidianità e tutto mi appare così lontano, così assurdo: la frenesia della nostra civiltà rischia di annientare emozioni, rapporti, amicizie. Il lento e costante distacco dai ritmi della natura sta modificando le nostre esistenze, portandoci a vivere come polli da allevamento. In questi dodici giorni, immerso nella natura selvaggia della Markha Valley, ho potuto sperimentare le ataviche armonie che regolavano la vita dell’uomo, e ne ho assaporato l’aspra bellezza. Mi rendo improvvisamente conto di quanta vita sprechiamo dietro a futili cose, circondati da muri di cemento eretti a difesa della nostra cosiddetta civiltà. Forse il vero senso della vita è nascosto tra queste montagne viola, dove il semplice sopravvivere agli elementi costituisce già una ragione di vita.
Il mio viaggio è proseguito nei giorni seguenti a bordo di un piccolo bus, percorrendo la Tangajari Road, uno stretto  e tortuoso tratturo di 500 Km che, seguendo il corso dell’Indo e dello Zanskar, mi ha portato in Kashmir attraverso i monti della Luna…. Ma questa è un’altra storia.
 

The purple mountainsThe purple mountainsMarkha Valley


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