Marmolada, Ferrata della Cresta Ovest

December 09, 2015  •  Leave a Comment

Marmolada: Ferrata Cresta OvestIl percorso della ferrata

 

"Dal lago Fedaia cabinovia fino al rifugio Pian dei Fiacconi. Si scende verso ovest per ca. 100 m di quota ad aggirare uno sperone roccioso. Si risale per sfasciumi fino al ghiacciaio del Vernel e si prosegue in direzione sud fino alla forcella Marmolada (2900 m). Si prosegue su via ferrata (corde fisse e gradini) in direzione est (ghiaccio e neve), sino a raggiungere la cresta nevosa e quindi l'ampio nevaio sommitale. Verso sud precipita l'imponente parete sud della Marmolada. La discesa avviene per la cresta est (La schena de mul), fino ad un risalto roccioso non attrezzato di ca. 100 m, con passaggi di 1° grado. Dopo averlo disceso si è sul ghiacciaio che presenta alcuni crepacci e ponti di neve. Attenzione seguire le tracce o procedere in cordata. Alla fine del ghiacciaio si è nuovamente al rif Pian dei Fiacconi.L'itinerario non è difficile, ma richiede un minimo di attenzione nei passaggi su roccia e sul ghiacciaio che, a secondo delle stagioni e dell'innevamento, può presentare difficoltà più o meno elevate."


Così sta scritto sulla guida, e così leggevo comodamente sdraiato al sole di una tiepida mattina di luglio in cima al vallone che dal rifugio Santner porta al Re Alberto. Da lì, alzando lo sguardo, tra le torri del Vajolet e il Catinaccio non mi era difficile scorgere tra le nubi e la foschia la punta immacolata della Marmolada che, con i suoi 3343 m, rappresenta la cima più elevata delle Dolomiti. La sua mitica parete sud con i tetti e gli strapiombi resi famosi da Vinatzer, Castiglioni, Bull e Messner che solo a guardarli fanno paura, cade a precipizio nella immacolata valle di Contrin, dalla quale appare in tutta la sua spaventosa bellezza.

Perso nei miei pensieri, vagavo con la fantasia sentendo già sulla pelle l'aria sottile dei tremila. Perché non provare, mi dissi, appena fa bello?.. L'unica incognita, in quel luglio pazzerello del primo anno del nuovo secolo, era proprio il tempo che rendeva l'estate simile ad un tardo autunno quando la pioggia gira in neve e l'aria ti morde il viso.

La ovest della Marmolada era bella foderata di ghiaccio e i crepacci del ghiacciaio Nord  nascosti dal leggero strato di neve caduto in quei giorni sopra i 2000 metri. Alla casa delle guide mi dissero che tutte le uscite in Marmolada erano sospese. Come al solito, ma questa non era una novità, ero solo ad affrontare l'avventura e questo rendeva più incerta la cosa.
Qualche giorno dopo, il tempo si rimise al bello e senza pensarci troppo una sera preparai lo zaino, i ramponi, la piccozza e la corda. Puntai la sveglia per le sei e rigirandomi nel letto aspettai l'alba. La mattina seguente il tempo era splendido. Il sole baciava già la cima del Sasso Lungo mentre con la mia fidata Skoda e un filo di apprensione dentro guidavo sulle strade ancora deserte verso il lago Fedaia. Alle sette in punto, mi presentavo alla biglietteria della bidonvia che porta al Pian dei Fiacconi. Volevo evitare la scarpinata e seicento metri di dislivello lungo una noiosa pista da sci, alla faccia di chi disprezza i mezzi di risalita. Nessun altro alpinista era in vista. Solo un piccolo gruppo di krauti con guida al seguito si apprestava a lasciare il caldo del rifugio per affrontare la salita.


Non mi sono mai piaciuti i percorsi che partono in discesa. Mi da l'idea che poi bisogna fare più fatica per recuperare la quota persa. Questo è uno di quelli, superati i primi gradoni di roccia la traccia si abbassa in una gola morenica dove sono ben visibili le tracce del pre esistente ghiacciaio.
Attraverso la zona di dossi levigata dal ghiacciaio, il segnavia porta ai piedi dell'erta cresta che separa le conche glaciali. Passo sul versante ovest dal punto più basso e qui le tracce risalgono ripide fino alla morena e al Ghiacciaio del Vernel. Sono a quota 2500 m. circa, ho già distanziato la chiassosa comitiva teutonica. Faccio sosta e bevo un goccio. Una lingua di neve si allunga sotto il piccolo ghiacciaio del Vernel. Due persone stanno trafficando con la testa negli zaini aperti, poco sotto l'inizio della erta ghiacciata che porta alla Forcella. Mi dico tra me e me che un po' di compagnia non guasta. Mi affretto a raggiungerli. Sono due ragazzi giovani, sulla ventina. Mi fermo, li saluto e cerco di attaccare bottone. Da buon solitario conosco a mena dito tutte le tattiche di approccio. Mi colpisce subito l'aspetto da bravi ragazzi che i due esibiscono. Abbigliamento old stile, pantalone in velluto marrone alla zuava, calzettone di lana grossa infilato in un paio di scarponi in cuoio e berretta calata sugli occhi. Unica concessione alla modernità un pile di un serioso colore blu. Stanno trafficando con un paio di vecchi ramponi con cinghie, di quelli che per calzarli oltre all'esperienza servono quattro belle bestemmie, se no nisba. Chiedo distrattamente sorseggiando dalla borraccia che programma hanno. Il più loquace dei due, quello biondino con la riga scolpita, mi dice che hanno intenzione di fare la cresta ovest, hanno dei dubbi sulla discesa in quanto non hanno una corda per il tratto di ghiacciaio e hanno paura dei crepacci.  Con la non chalance tipica dell'alpinista scafato, tiro fuori la corda e, senza far  capire che ho più bisogno io di loro che loro di me,  propongo di fare la discesa insieme e legati. Accettano con un sorriso sospetto e facciamo le presentazioni del caso.

I due sono di Bologna e subito mi faccio riconoscere con la solita battutaccia sulle casalinghe bolognesi che, abili nell'impastare i tortellini, lo sono molto di più nei po....ni(!) Capisco di aver fatto cilecca da come mi guardano, un sorriso a metà tra l'imbarazzato e ..facciamo finta di non aver sentito... Cerco un diversivo e mi metto a trafficare anch'io con lo zaino. Estraggo i miei fiammanti ramponi automatici a dodici punte full-optional con ABS e in 0,3 secondi li calzo sui Nepal top. Loro mi guardano, guardano i laccetti con i quali stanno ancora trafficando e con un sospiro il biondino fa a quello più taciturno con la barba: "hai visto Riccardo che comodi i ramponi automatici, ricordatene quando dovremo fermarci a metterli e toglierli un paio di volte.." 

Mi sento una merda e riconosco che l'approccio con i miei futuri compagni di corda non è stato dei migliori.
Sistemati gli zaini i due partono a razzo su per il pendio ghiacciato. Passiamo tra due dossi rocciosi raggiungendo a passo di carica la conca del nevaio. Guardo ansimando il mio altimetro da polso Vector cercando di non farmi vedere per non suscitare ulteriore invidia. Abbiamo fatto duecento metri di dislivello in venti minuti. Seguiamo le corde fisse salendo per le rocce del piccolo Vernel a destra del canalone che si stacca dalla forcella. Passata la piccola forcella scendiamo brevemente sul versante sud, per raggiungere la Forcella Marmolada a quota 2900 metri.


Sosta. "Fa un freddo culo eh?? " dico rivolto ai miei compagni. Imbarazzo. C'è qualcosa che non mi quadra. Sento uno strano prurito lungo la schiena. Eppure i due si dimostrano gentilissimi, mi sorridono e tra di loro si scambiano ogni sorta di gentilezza. Altro che rudi alpinisti. Questi sembrano usciti ieri da Oxford. Che siano gay?? Ueh, non sarai mica prevenuto? Anche se fosse, che ti frega? Al massimo ti guardano il culo... E poi non sono mica un gran che come uomo. Non piaccio alle donne figuriamoci agli uomini. Mi rendo conto che le mie masturbazioni mentali mi hanno distolto dal problema contingente. Una bella fodera di ghiaccio ricopre per intero i gradini della ferrata che spuntano appena dal verglass. I due mi guardano con aria interrogativa, a ovest della forcella la Marmolada disegna la sua ombra sulla valle di Contrin. Con calma misurata mi spoglio lo zaino e metto l'imbrago. Prendo tempo armeggiando con l'attrezzatura, tolgo i ramponi e con aria indifferente guardo lo spigolo ricoperto di ghiaccio che i primi raggi di sole fanno scintillare. "Io mi avvio" dico ai miei compagni, "che fate? Mi seguite??" "Certo" fa il biondino, "vai avanti tu, vero??"

Parto senza pensarci su troppo, la paura fa capolino nella mia testa. Non oso pensare come sarà di sopra. La fune di sicurezza è ricoperta da uno strato di ghiaccio, il moschettone scorre a fatica e in alcuni tratti sono costretto a sganciarlo perché il cavo di acciaio sparisce sotto la neve gelata. Fortunatamente i gradini sporgono di quel tanto da permettermi l'appoggio della punta degli scarponi. Avanzo sul primo tratto di parete che qui è quasi verticale. Raggiungo un piccolo pendio di neve, mi volto giusto in tempo per vedere i due che mi seguono. Tolgo dallo zaino la piccozza e con questa comincio una paziente opera di sgombero. Rompo il ghiaccio che ricopre gli appoggi e avanzo di pochi metri alla volta. Prendo un buon ritmo e i due mi raggiungono quasi in cima alla cresta nevosa che porta alla vetta. A destra si apre il baratro della sud, mille metri di placche lisce e strapiombanti che precipitano nel vuoto.

Penso che ci vuole del coraggio per arrampicarsi fin quassù dalla parete sud. Non è un caso se su queste rocce si sono cimentati solo i più forti alpinisti di ogni epoca. Enormi cornici, nonostante la stagione avanzata, si proiettano nel vuoto di parecchi metri. Meglio tenerne conto e camminare un po' più a sinistra. In questo punto il filo della cresta piega decisamente a sinistra e, dopo aver aggirato un orrido imbuto di ghiaccio e rocce rotte, termina sull'ampio nevaio terminale. Mi siedo a tirare il fiato. Le difficoltà sono finite, restano da percorrere un centinaio di metri di dislivello, tutti su neve sicura e pistata. Incontro un simpatico gruppo di marsigliesi che mi chiedono com'è la discesa da quel versante. Gli dico che non presenta difficoltà, a patto di stare attenti al ghiaccio. Mi sorridono soddisfatti, spero abbiano capito, visto il mio inglese potrei anche avergli detto che film danno in serata al cine teatro del paese!

I due misteriosi compagni mi raggiungono e mi comunicano la loro intenzione di proseguire per la vetta. Io me la prendo comoda e faccio colazione. Calzo i ramponi  e riparto, l'ultimo sforzo, la quota si fa sentire, e sono in cima, sul tetto delle Dolomiti! Lo spettacolo è stupendo. Il tempo è bello e si può dominare tutto l'arco alpino ad est e ad ovest. Faccio le foto di rito e prendo un thè alla capanna Marmolada in compagnia dei gracchi, che aspettano la loro spettanza di cibo volteggiando felici.

Raggiungo la croce dove mi aspettano Paolo e il silenzioso Riccardo. Mi chiedono se posso fargli una foto, acconsento e li faccio mettere in posa accanto alla croce. Faccio fatica ad inquadrare loro e la croce insieme. "Ma è possibile che le devono mettere da tutte le parti ste croci del cazzo? C'è un posto per ogni cosa: le croci in chiesa, le lapidi nei cimiteri, la spazzatura nelle pattumiere. Invece tutte queste cose si ritrovano puntualmente sulle montagne.." dico indietreggiando di un passo. I due si guardano e poi tornano a fissare l'obbiettivo con aria seria.

Con poco acume tattico rincaro la dose scherzando: "questa la potete far vedere alle vostre donne, chissà che sull'onda dell'entusiasmo, sul tema dell'alpinista macho questa notte non ci scappi qualcosa di speciale..." Mi guardano imbarazzati mentre scatto la foto, dal loro sguardo capisco di aver perso un'altra occasione per fare silenzio...


Ci prepariamo per la discesa. Ci aspetta la famosa "Schena de Mul", una ripida cresta nevosa che scende ad est verso il ghiacciaio della Marmolada. La neve comincia a fare lo zoccolo e i ramponi sono più un impiccio che altro. Incontriamo un corso di alpinismo, tutti ragazzi giovani con la loro guida della val Gardena che li precede in testa alla cordata. Mi fermo e scambio quattro chiacchiere con la guida, scopro che hanno fatto un itinerario interessante, uno scivolo di neve accanto alla nord. Magari l'anno prossimo ci provo anch'io.


Alla fine della Schena di Mul ci aspetta il saltino di roccia che da direttamente sul ghiacciaio, passaggi facili di primo grado, ma senza nessun tipo di assicurazione. Il passaggio è intasato da un gruppo di veneti che stanno salendo. Lo tengono impegnato per una buona mezz'ora facendo complicate manovre di assicurazione con corda e moschettoni vari.


Liberata la via mi precipito giù, prima che una nuova ondata intasi il passaggio. Mi dimentico di avere i ramponi ai piedi e, faccia a valle, tento subito di uccidermi. Mi giro di scatto come un gatto che cade dal balcone e mi ritrovo appeso per miracolo ad una provvidenziale sporgenza rocciosa. Come sempre quando tutto è finito mi assale la tremarella. Penso al volo che avrei potuto fare e mi do dieci volte del cretino per aver commesso una simile imprudenza. Sono messo male per togliermi i ramponi quindi decido di scendere, faccia a monte, sfruttando gli appoggi delle punte anteriori dei ramponi. Funziona a meraviglia e si sta appesi la dove la punta dello scarpone non farebbe mai presa. Ho scoperto il dry tooling!


Raggiungo così il ghiacciaio e aspetto che scendano i miei compagni. Arrivano qualche minuto dopo. Più astutamente di me hanno tolto i ramponi! Tiro fuori la mia Beal nuova fiammante, la srotolo e comincio a legarmi. La passo poi ai due che provvedono a fare lo stesso. Così assicurati cominciamo a scendere lungo il grande pianoro di ghiaccio. La neve di questi giorni ha completamente coperto i crepacci, solo qualche buco qua e la ad indicare che sotto la coltre nevosa si aprono minacciose bocche in attesa. Quelli più grossi sono visibili e si aggirano facilmente. Mi vengono alla mente le avventure di Bonatti e le sue descrizioni di orrendi crepacci pronti a inghiottire intere cordate, tra i ghiacciai dai bellissimi nomi: la Brenva, il Freney, lo Chatelet. Nomi che evocano le gesta eroiche dell'alpinismo degli anni cinquanta e sessanta sul Monte Bianco, quando vennero aperte, a volte a caro prezzo, le bellissime vie che tutto il mondo ci invidia. Giorni lontani di epiche battaglie contro la montagna, la sete, il freddo e la tormenta. Nomi che ormai, ai moderni climber, non dicono più nulla, persi come sono tra i loro spit, trapani e scale di difficoltà sempre più elevate. Vorrei vederli questi super eroi con corde di canapa, chiodi arrugginiti e tre mele nello zaino, con i pantaloni di flanella e il maglione di lana aggredire pareti di granito sconosciute e agghiaccianti. Magari d'inverno con venti gradi sotto zero, senza il conforto delle moderne attrezzature, il Goretex, il Polartec, i nuts, i friends, gli hook, maniglie Jumar, corde super leggere e resistenti, scarponi spaziali e GPS.


Così penso mentre percorro l'autostrada della Marmolada. Assorto dai miei pensieri non mi accorgo che i ramponi hanno fatto uno zoccolo tipo grande meringa e con una sforbiciata da fare invidia a Fantozzi mi infilo a pelle di leone sulla corsia di sorpasso. Neanche il tempo di fare tre metri e mi trovo davanti un'orrida bocca spalancata. La corda è come in tutti questi casi lasca. Mi fermo grazie alla piccozza e ad una sequela di orrende bestemmie! Il biondo e il silenzioso mi guardano con disgusto. "Ti sei fatto male?" mi chiede il tipo con la barba. "Ma allora parla", penso tra me e me mentre mi rialzo tra il groviglio di corde. "Non dovresti prendertela con Dio" fa il biondino, "in fondo ti è andata bene". " Bene sti cazzi" dico guardando il crepaccio. "Ancora un metro e finivo all'inferno!".

Per oggi può bastare. Visto che siamo a pochi metri dalla fine del ghiacciaio, mi tolgo i ramponi e l'imbrago, imitato dai miei due compassati amici.
Mezz'ora dopo siamo tutti e tre seduti sulla terrazza del rifugio al Pian dei Fiacconi a gustarci una birra e a sgranocchiare un panino con lo speck. Mancano pochi minuti a mezzo giorno e i tavolini sono pieni di gente che prende il sole e schiamazza, tra trilli di telefonini e odore di abbronzanti.
Tiro fuori carta e matita e dico a Paolo di scrivermi il suo indirizzo, così gli posso spedire le foto.

Mentre scrive chiedo a Riccardo: "ma voi cosa fatte di bello nella vita?". Il silenzioso mi guarda con un sorrisetto angelico, mentre giocherella con una briciola? "Paolo è diacono e io prendo i voti a Settembre". 

Resto con il boccale a mezz'aria, mi vengono in mente tutte le stronzate che ho detto. Tutto si spiega alla fine come nel migliore dei romanzi della vecchia Agata. Altro che gay! Preti, sono due preti! Mi do dell'imbecille per l'ennesima volta da quando è sorto il sole. Il biondo con la riga che non si è mai spostata di un millimetro mi porge il foglio. "Seminarioregionalebologna@tin.it".  Scritto in bella calligrafia. "Specifica che l'email è indirizzata a Paolo Dell'Olio, sai in seminario abbiamo una sola casella di posta elettronica" . "Bene", dico alzandomi di scatto, come se mi bruciasse il culo, "è stata proprio una gita stupenda e poi, visto lo sponsor che vi ritrovate, non poteva proprio succederci nulla".

Silenzio. I due si alzano e con una mossa garbata e un sorriso di altri tempi mi porgono a turno la mano: "speriamo di incontrarci di nuovo su queste bellissime montagne" dice il silenzioso. "Certo" lo interrompo io "magari voi avrete la tonaca e sarete in gita con l'oratorio eh..". Silenzio. Imbarazzo. "I preti moderni non portano più la tonaca" ribatte Paolo ridendo, "l'avresti mai detto che Riccardo è un prete, con quella faccia da mascalzone che si ritrova eh?". "Mai, giuro!" dico io, "tutto fuorché un prete". E con un sorriso nel cuore mi incammino verso il Fedaia pensando ai tortellini, alle croci in cima ai monti e agli scherzi del destino
Ciao Marmolada.

Tredici anni dopo....

Sono passati tredici anni da quel luglio dell'anno 2000, complice quello strano groviglio di contatti che è Facebook un giorno di primavera trovo tra le mie richieste d'amicizia quella di un prete di San Lazzaro di Savena, insieme ad uno strano messaggio:

Incredibile! Quante risate mi sono fatto a leggere il tuo racconto sulla marmolada sul blog! L'unica imprecisione riguarda i nomi: Paolo sono io, il "taciturno" con la barba (chissà cosa avevo fatto quel giorno, perchè di solito io sono un gran casinaro, anche in montagna: forse era paura!) e Riccardo il biondino... Ora Riccardo è don Riccardo, cerimoniere della cattedrale di Bologna ed io don Paolo, parroco di collina a san lazzaro di savena, sempre bologna... Nel frattempo anche la mia attrezzatura si è evoluta: scarponi tecnici e ramponi automatici... vie di roccia e ghiaccio... però le prime salite sono sempre le più belle! Un po' di foto delle mie montagne sono sul mio profilo FB "don paolo dall'olio".

Che strana è la vita.. ma a volte riserva belle sorprese!


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